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DESCRIZIONE

“Il sigaro è una grande risorsa in quanto inganna la fame,
sconfigge la noia, rasserena, aiuta a riflettere
e spesso richiama alla mente dolci ricordi”

François de La Rochefoucauld

Chi assapora un sigaro immerso nella sonnolenza postprandiale ci appare godere esattamente dei benefici effetti che elencò lo scrittore francese: serenamente contemplativo, pensieroso dietro la coltre di profumata nebbia che si spande dal suo sigaro; affondato in una poltrona di pelle che lo isola, lo rende sordo ai richiami della realtà e lo proietta in uno stato di rilassata sospensione di cui proprio è l’artefice.
Se sta fumando un sigaro toscano non è però detto che sappia che quelle foglie che lentamente ardono sulle sue labbra originariamente crescevano un tempo su piante coltivate in uno stato americano a vocazione prettamente agricola, il Kentucky. Enormi distese di piante di tabacco a perdita d’occhio accolgono tuttora chi si trovi ad attraversare quello stato, magari diretto verso le assolate coste californiane. Tuttavia, il tabacco del Kentucky da duecento anni è anche un po’ toscano, non vegeta più solo su terreni infinitamente pianeggianti ma cresce anche in campi circondati da colli, come quelli che si srotolano dolcemente ai piedi del borgo di San Miniato.

Tabacco del Kentucky

I primi semi di tabacco giunsero in Toscana addirittura nel 1574, come dono dell’ambasciatore mediceo alla corte di Francia al Granduca Cosimo I. Ma fu solo molto più tardi, esattamente duecento anni fa, che un suo successore, Ferdinando III, decise di fondare la prima manifattura tabacchi per la produzione di sigari fermentati.
L’irregolare cilindro segnato dalle nervature della foglia di tabacco, che insieme a molti “compagni” fa bella mostra di sé in eleganti umidificatori, nasce da piante che possono raggiungere i due metri di altezza e da cui si ottengono circa 20 foglie atte alla trasformazione, con un alto concentrato di nicotina (3-6%).

La fase di essiccamento, durante la quale le foglie vengono riscaldate fino a 50 gradi, è fondamentale perché conferisce quel colore marrone, quella consistenza gommosa e quella resistenza capaci poi di sprigionare l’inconfondibile profumo che tutti, fumatori e no, immediatamente associamo al sigaro.
San Miniato si colora ogni estate di fitte piantagioni di tabacco, che i produttori coltivano con un bagaglio di esperienza radicato in una tradizione bicentenaria: raccolgono una a una le foglie che finiranno pressate nel cosiddetto “ripieno” di sigari dall’aroma intenso che, irregimentati in schiere di bruni soldati, sorveglieranno il riposo di ombrosi salotti.