/

DESCRIZIONE

Il proverbiale silenzio dei monaci Certosini. Quel silenzio interiore che insegna a dimenticare i rumori del mondo e a captare le armonie dello spirito attraverso la preghiera, grande e unico vero mezzo di risveglio, di vera gioia e di divino fervore. Nei primi anni dello scorso millennio un giovane monaco franco-tedesco, Bruno, dette vita a quest’ordine fra i più ‘orientali’ per la regola d’estrema severità che lo legiferava. I seguaci furono molti, il bisogno di ritrovare una vera chiesa di Cristo, di riproporre un modello di vita cristiana che non avesse relazioni con la dimensione del Potere.
Dopo l’edificazione della prima Grande Chartreuse eretta nelle Alpi francesi, nei pressi di Saint-Pierre-de-Chartreuse a una trentina di chilometri a nord di Grenoble, molte Certose fiorirono un po’ in tutta la Penisola italiana. Quella di Calci fu fondata nel 1366 per volontà dell’Arcivescovo di Pisa Pier Francesco Moricotti ed in breve assunse una grande rilevanza religiosa e sociale in tutto il comprensorio pisano e dei Monti omonimi. Ma solo fra Sei e Settecento assunse le dimensioni e l’importanza storico artistica che oggi può vantare.

La Certosa monumentale di Pisa

Per una visita

Oggi i monaci non ci sono più. L’ultima ‘famiglia’, così si definiscono i certosini che vivono in piccole comunità autosufficienti, ha lasciato questa grande memoria, coltivata in oltre sei secoli di dedizione, nel 1972. Oggi la Certosa è un grande patrimonio pubblico, un esteso pensiero architettonico concepito per il nutrimento dello spirito e fa parte dei musei statali come Museo Nazionale della Certosa Monumentale di Pisa. L’impianto del grande complesso è di stile barocco, a cominciare dal seicentesco vestibolo d’accesso da cui si aprono la cappella di San Bruno e la Sagrestia, dov’è esposta la Bibbia Atlantica, uno straordinario codice miniato del XII secolo. Si cammina nell’ampia corte d’onore che porta al Santuario. Un’area aperta, dall’andamento longitudinale che pare accoglierci in una pacificante atmosfera. Si entra in chiesa salendo una delle due scalinate che l’anticipano. 

Lo facciamo per ammirare gli affreschi parietali con Storie del Vecchio Testamento, dei fratelli Antonio Rolli, titolari di una bottega molto in voga a Bologna nella seconda metà del XVII secolo, ma soprattutto per godere della bellezza di una capolavoro di Baldassarre Franceschini, detto il Volterrano, che svetta sull’altare maggiore e che racconta, con quel tocco leggero, veloce e dalla tavolozza pura, il momento in cui San Bruno offre la città di Pisa alla Madonna (1681).
La chiesa conserva un concentrato di esiti pittorici che raccontano il colorismo, le tecniche e gli stilemi delle scuole pisana e fiorentina a cavallo fra Barocco e Rococò, fra queste, quelle di maggior rilevanza artistica è il ritratto di San Bruno, sito nella Cappella Omonima e dipinto da Jacopo Vignali. Poi, la Foresteria Granducale, il Refettorio, l’Appartamento del Priore, la Biblioteca monastica, l’Archivio Storico, la Farmacia, luoghi di notevole eredità culturale che ci ricordano un mondo che per secoli s’è costruito e alimentato in una esemplare autosufficienza.