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Descrizione

San Miniato, antico centro di origine alto-medievale, si è conservato quasi intatto dal tempo delle sue origini, che un documento fa risalire al 713, quando una tribù longobarda si insediò su questi tre colli iniziando a edificare un piccolo centro stanziale. Nei secoli seguenti, San Miniato diverrà Vicariato in Toscana del potere dell’Imperatore Federico II di Svevia, lo ‘Stupor Mundi’, poi sede vescovile e importante città nel Rinascimento. Naturalmente, questa storia rilevante ha lasciato ampia ed esemplare testimonianza tanto che oggi la città può vantare un polo museale di considerevole portata storico artistico. Polo che, dal 2000 è gestito e promosso in perfetta collaborazione fra l’Amministrazione comunale e la Diocesi.

Cosa vedere

In questo percorso alla scoperta del ricco tessuto artistico, letterario e civile di San Miniato partiamo dai musei gestiti dall’amministrazione comunale  e nello specifico con il complesso architettonico ch’è il suo fulcro e il simbolo della città: quella Rocca Federiciana, costruita per volere di Federico II tra il 1217 e il 1223. Al tempo, la grande struttura difensiva si componeva di un doppio anello murario, quello più vicino alla sommità della collina coronava, appunto, il mastio o rocca federiciana; l’altro, accordato al primo, scendeva giù fino a chiudere e proteggere il borgo. Una potente fortificazione che permetteva il controllo del Valdarno inferiore, del volterrano e che gettava il suo occhio vigile fino al mare. Da questo secondo giro murario emergevano due altre poderose torri, quella detta Cornacchia (oggi scomparsa) e quella detta Matelda, che più tardi sarà riconvertita in un’architettura sacra, divenendo il nuovo campanile del Duomo. Entrambe le torri, insieme alla cinta muraria che le collegava, preesistevano al nuovo potenziamento murario, facendo parte della più antica fortificazione eretta, verso la metà del XII secolo, per volere dell’Imperatore Federico I, detto il Barbarossa, nonno di Federico II. Pur non essendo documenti che ne confermino l’autenticità, è curioso ricordare che una radicata tradizione vuole che, all’interno della Rocca, sia stato recluso un prigioniero politico che Dante rese eternamente noto nel Canto XIII dell’Inferno, quel Pier delle Vigne che sembra avesse ordito un attentato all’Imperatore Federico.

Agli inizi del Trecento, ormai conclusasi l’età feudale e avviata quella dei liberi Comuni, a San Miniato sorge il Palazzo Comunale, che nel corso dei secoli ha subito numerose ricostruzione e rimaneggiamenti fino a trovare l’attuale e definitiva disposizione dell’esterno, in stile rinascimentale, soltanto agli inizi del XX secolo. Più interessante l’interno, che, a tratti conserva esiti dell’originario palazzo. Rilevante, a piano terra l’Oratorio del Loretino, lungo sacro per la cittadinanza in quanto dal 1399 qui vi fu custodita l’immagine del SS.Crocifisso, nel 1718 poi trasferita nel santuario omonimo e sostituito dall’immagine della Madonna di Loreto, che dette il nome all’oratorio. Di buona mano il ciclo quattrocentesco di affreschi che decora le pareti e di pregevole fattura anche un bel tabernacolo ligneo risalente ai primi decenni del Cinquecento, posto al concludersi dell’ambiente. Nell’adiecente sacrestia una piccola e rara raccolta di reperti etruschi invita a salire al primo piano dove ci attende una grande ambiente, la Sala delle Sette Virtù, un tempo sede dei 12 difensori del popolo. Gli affreschi, che decorano l’intero salone con temi di natura sacra, sono da far risalire a un periodo compreso fra la fine del Trecento e gli inizi del Cinquecento e sono certamente di scuola toscana.

Non lontano dal nucleo storico di San Miniato, tra Ponte a Elsa e località La Scala raggiungiamo l’Area archeologica di San Genesio, un cantiere di scavi in piena attività e di notevole interesse storico, visto che si stanno rintracciando reperti stratificati di un lungo periodo che va dall’età etrusca a quella medievale, in un elastico temporale di oltre un millennio. Tra l’altro proprio in questa area sorgeva un punto di ristoro lungo la via Francigena.

Di recente costituzione e frutto di un pensiero innovativo è il Museo didattico della Civiltà della Scrittura, pensato in particolare per la fascia studentesca adolescente ma interessante a livello propedeutico anche per qualsiasi visitatore adulto che desideri avere risposte sull’uso della scrittura nella vita quotidiana dell’età antica e sui segni, scritture e alfabeti utilizzati.

Ma anche i Poli espositivi riferiti alla Diocesi volterrana presentano la stessa preziosa proposta, proprio a partire dal Museo Diocesano d’Arte Sacra, istituito da oltre cinquant’anni e uno fra i primi in Italia di tale impronta. Sito in piazza del Duomo, proprio nei locali adiacenti alla Cattedrale, che un tempo ospitavano la Sagrestia della basilica. In 5 spaziosi ambienti sono raccolte, in progressione cronologica,  un certo numero di opere provenienti da diverse parrocchie della diocesi. Di rilievo brani di affreschi staccati, tavole, bassorilievi, statue lignee, bacini ceramici, dipinti su tela. Da segnalare alcune opere fra cui quelle di Jacopo di Mino del Pellicciaio, una fra i maestri più in vista del Trecento senese, Lorenzo Monaco, Giroldo di Jacopo da Como, del Cigoli, dell’Empoli, di Lorenzo Lippi, del Bilivert, del Passignano, del Sagrestani, del Bonechi. In pratica, un compendio di pittura toscana che val dal Trecento al Settecento. Unico, importante, fuori tema, una bella tela del veneziano Gianbattista Tiepolo, forse il pezzo di maggior prestigio della raccolta.

Di grande fascino un antico percorso che tocca tre luoghi di forte suggestione artistica, la cosiddetta Via Angelica, che s’avvia lungo la parete destra della chiesa dei Santi Jacopo e Lucia per raggiungere, poco dopo, tre ambienti ricchi di affreschi e decorazioni di tema sacro. Il primo lo si rintraccia fatti pochi metri e corrisponde a una delle crociere della cripta. Qui, alle pareti, brani di affreschi che raffigurano San Pietro e un’Annuciazione, assegnabile alla maniera di Jacopo di Cione, maestro fiorentino del Trecento, nonché fratello e collaboratore del grande Andrea Orcagna. Il secondo ambiente, l’Oratorio di Sant’Urbano, si raggiunge poco dopo: interamente affrescato da opere di diversi periodi è il più significativo dei tre.  Si comincia con una notevole Allegoria della Venuta del Cristo, tratta dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Voragine, affrescata nelle vele della volta a crociera. Si continua, nella volta della seconda campata, con la bella evidenza disegnativa di quattro santi: Pietro Martire, Domenico, Tommaso d’Aquino e il Beato Ambrogio Sansedoni da Siena e si chiude, nella terza campata, con altri Santi Domenicani tra i quali si individua Urbano.
Scendendo ancora troviamo il terzo e ultimo ambiente, la Cappella di San Pietro Martire, quello dei tre che ha maggiormente subìto le ingiurie del tempo e della trascuratezza. Si salva un ciclo di affreschi a monocromo con scene della Passione di Cristo, riferibile al XIV secolo.

Anche la centrale Collezione dell’Arciconfraternita della Misericordia, sita nel bel palazzo Roffia, vanta una rilevante raccolta di dipinti e sculture. Emergono il gruppo ligneo della Deposizione, realizzato con un gruppo di figura quasi a grandezza naturale. Opera di notevole rilievo storico artistico, essendo assegnabile alla fine del Duecento e dunque agli albori della rinascita della nuova arte post bizantina. Si sottolinea il potente e credibile contenuto drammatico delle figure del Cristo e della Vergine, che, nella loro realistica evidenza, che non fa sconti alla crudezza del momento, danno già un esito di altissima qualità tecnica ed espressiva. Altro ‘pezzo’ di rilievo è un dipinto su tavola del 1480, l’Incoronazione della Vergine, ascrivibile a Domenico di Zanobi, allievo ed epigono fra i più dotati di Filippo lippi. La terza opera di maggior pregio è un dipinto, raffigurante i Santi Michele Arcangelo, Giovanni Evangelista, Cecilia e Giuseppe, sovrastati da puttini e nubi, opera barocca dell’ottimo Vincenzo Dandini, allievo prediletto di Pietro da Cortona.

In questo denso itinerario faremo tappa al Museo del Conservatorio di Santa Chiara, allestito nel monastero omonimo che sorge a ovest dell’antica cinta muraria, appena fuori le mura. L’interno della chiesa ha perso la sua originaria disposizione romanica e si presenta con stilemi seicenteschi. È a unica navata e con soffitto a capriate lignee. Notevole sull’altare maggiore è la grande tavola, l’Immacolata Concezione, opera di Iacopo Chimenti detto l’Empoli datata 1596. Dello stesso maestro sono anche il San Francesco in estasi e la Santa Chiara in adorazione del SS. Sacramento, posta sopra le porte che immettono nella cappella della Maddalena.
L’altare di destra, intitolato alla Pietà, conserva il bel dipinto di Pier Francesco Foschi (Firenze 1502-1567) Cristo morto sorretto dagli angeli che mostra chiari influssi derivata dalla lezione di Andrea del Sarto. Tra le opere facenti parte della collezione museale, vanno in particolare menzionate quelle dipinte dai maestri Deodato Orlandi, Iacopo di Mino del Pelliccaio e il Cigoli.

Il percorso si conclude con una sosta alla storica e prestigiosa Accademia degli Euteleti, la più antica istituzione scientifico-culturale sanminiatese, fondata nella prima metà del XVII secolo con il nome di Accademia degli Affidati.L’Accademia, riformata nuovamente nel 1748 con il nuovo nome di Accademia dei Rinati, assunse l’attuale nome di Euteleti (ovvero gli uomini di buona volontà che perseguono un buon fine) nel 1822.  Fin dalla sua costituzione l’Accademia si propose il fine di diffondere e alimentare il patrimonio letterario, scientifico e degli studi legati allo sviluppo dell’agricoltura. Ancora oggi, l’Accademia è un punto di riferimento per la vita culturale della città, visto il suo indefesso impegno all’organizzazione di mostre e convegni di carattere scientifico. Dal 1984 ha sede nello storico Palazzo Migliorati in Piazza XX settembre, già residenza dei Marchesi Migliorati.