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DESCRIZIONE

L’alabastro è una roccia di origine gessosa che si è originata dalla sedimentazione di grandi quantità di solfato di calcio presenti nelle acque marine. Tali depositi si sono accumulati circa 60 milioni di anni fa in territori sconvolti da fenomeni vulcanici e tettonici. Nelle viscere dei colli attorno a Volterra, a Castellina Marittima e a Santa Luce, il solfato di calcio si è cristallizzato senza venire intaccato dalle infiltrazioni d’acqua che provocano le striature e le ombreggiature visibili in altri tipi di alabastro.
Già gli Etruschi di Volterra hanno saputo approfittare, fin dall’VIII secolo a.C., dell’intrinseca bellezza di questa chiarissima pietra, impreziosita già solo dall’azione della natura. Insieme agli Egizi, sono stati i primi a capire che lavorando l’alabastro potevano dar vita a raffinate decorazioni, nel loro caso esclusivamente rivolte a ornare i monumenti funerari. Ben 600 urne in alabastro sono, infatti, attualmente conservate al Museo Etrusco Guarnacci di Volterra.

L’alabastro

Per molti secoli a seguire però la lavorazione si è interrotta, quasi che gli abitanti di questi luoghi avessero dimenticato di vivere sopra un tale tesoro, salvo “ricordarsene” nella seconda metà del Cinquecento, quando gli artisti volterrani hanno cominciato a scolpire candelabri, acquasantiere, tabernacoli e colonne per le chiese della città. I “cavaioli” di Castellina fornivano loro la materia prima tanto richiesta, l’alabastro bianco e l’opalino scaglione, attingendo a piene mani da giacimenti molto profondi.
Ma solo sul finire del Settecento, con la fondazione dell’Officina Inghirami, la lavorazione dell’alabastro ricevette una spinta decisiva: si moltiplicarono i laboratori, che da poche unità passarono a sessanta; e i commercianti, dopo lunghi viaggi all’estero, ottennero importanti commissioni; in particolare, Massimiliano d’Asburgo incaricò la ditta Tangassi della realizzazione di così tanti arredi che dovettero essere coinvolti tutti gli artigiani del paese.  

L’Ecomuseo dell’alabastro

La memoria dell’antichissima tradizione dell’alabastro è conservata nell’Ecomuseo dell’alabastro, esposizione dislocata tra Volterra, Castellina e Santa Luce. Se a Castellina Marittima è possibile visitare i luoghi dell’escavazione, Volterra propone, all’interno della Torre Minucci, un percorso legato alla lavorazione e alla commercializzazione, che accompagna il visitatore dai cinerari di epoca etrusca ai manufatti ottocenteschi. A Santa Luce è inoltre visitabile l’Archivio d’Area, che conserva documenti attinenti all’attività di escavazione e propone un laboratorio didattico per la conoscenza dell’alabastro. Visitare l’Ecomuseo significa comprendere a pieno come questa pietra traslucida, originatasi nel sottosuolo per una serie di concause verificatesi in tempi lontanissimi, abbia profondamente influenzato l’economia, e di conseguenza la vita, di una comunità.